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LA VITA DEL CARBONAIO -•    LA CARBONAIA -•    IL CARBONE

L’allestimento della carbonaia era così completato: veniva tolto il palo-guida, lasciando così un foro centrale che fungeva da fornelletto.  In fianco alla carbonaia veniva acceso un fuoco, per produrre braci ardenti e tizzoni che venivano immessi nella carbonaia (fino ad un metro d’altezza) attraverso il foro che doveva poi essere immediatamente otturato. A piano terra venivano aperti dei fori perché l’ossigeno favorisse la combustione: la carbonaia accesa doveva essere costantemente sorvegliata giorno e notte per evitare incendi causati dall’improvvisa rottura in alcuni punti della camera di combustione, ma anche per alimentare la combustione con dell’altra legna.
Quando la legna dal foro centrare si consumava, si scopriva il foro e con una forca si spingeva in basso per dare cibo alla carbonaia. Quindi la carbonaia veniva ricoperta e si praticavano alla base altri fori fino ai 50 cm da terra.
La carbonizzazione non derivava dalla combustione della legna, ma dalla sua cottura, cioè dalla fuoriuscita dalla legna dell’acqua che si trasformava all’esterno in fumo dapprima biancastro e denso e via via che saliva sempre più azzurrino: quando non fuoriusciva più fumo la carbonaia era cotta.
Veniva quindi estratto il carbone, ancora rovente: in caso di incendio di interveniva con acqua e terra.  Il carbone andava a questo punto pulito dalle mondezze di terra e corpi estranei e poi si passava all’insaccatura: venivano adoperati dei sacchi di juta dalla capacità di 27-36 kg ciascuno.
Una volta pieni i sacchi venivano portato a mano o con degli asini fino ad una carrareccia dove passavano delle mani di un commerciante li caricava sui carri.


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